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Calabria Ora – 27/02/2009 – pagina 10 – ANTONIO CANTISANI
Un inferno chiamato A3. Nervi saldi alla guida
Viaggio sull’autostrada che non c’è: tra cantieri e disagi
Un inferno chiamato A3 Nervi saldi alla guida Viaggio sull’autostrada che non c’è: tra cantieri e disagi Armarsi di santa pazienza, sapendo che al 99 per cento sarà un’odissea. Un viaggio in una normale mattina sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, nel tratto tra Vibo Valentia e la punta della regione. Un viaggio nel sud delle infrastrutture, nel sud più profondo, un viaggio nell’abisso sognando una meta che sembra non arrivare mai, tra mille deviazioni, tra mille zig zag di carreggiata, tra mille cantieri in gran parte senza operai, tra mille disagi. Un viaggio su un’autostrada che non c’è, perché per larghi tratti è una interpoderale, nulla di più. Una novantina di chilometri il tragitto, oltre la metà – 48 chilometri conteggiati, metro più metro meno – percorsi a passo da lumaca, i “forzati” della Salerno-Reggio Calabria che ogni giorno – e qui siamo in un giorno come tanti – attraversano un’autentica discesa agli inferi. Novanta chilometri di “stop and go”, lì dove in condizioni normali si percorrono in 45 minuti ora ne occorrono quasi il doppio, se va bene. Se non si ha la sfortuna di incappare in un camion o in un auto-articolato, compagno di sventura su questa autostrada che dovrebbe essere completata nel 2012 o nel 2013 (a seconda di chi promette, se è un ministro o un presidente dell’Anas). Un costo economico e sociale enorme, non risarcibile perché magari quando si finisce di ammodernare un lotto lo stesso lotto è già talmente vetusto che avrebbe bisogno di un ulteriore immediato ammodernamento… Arrivare a Reggio Calabria appare un miraggio fin già alla prima corsia unica che si incontra, anticipata da un cartello che già fa presagire l’inferno che si presenterà agli occhi e ai nervi dell’automobilista: la chiusura dello svincolo per Mileto. Un tratto libero per dare fondo al pedale dell’acceleratore ed ecco la prima deviazione, per sette chilometri. Si torna a respirare all’altezza di Rosarno, quando il transito torna sulla doppia corsia a due carreggiate. Sembra un sogno, da queste parti, un sogno lungo 18 chilometri, terminati i quali, a Gioia Tauro, si ripiomba nell’incubo, un incubo che sarà destinato a peggiorare, perché si trascinerà fino alle porte di Villa San Giovanni. Palmi, una galleria e ad un tratto un immenso polverone: la corsia interdetta agli automobilisti è usata come corsia di cantiere, ed è il primo che si vede in funzione. Da Palmi sedici chilometri a passo d’uomo, i cinquanta chilometri all’ora sono quasi un’andatura folle, ma per chi qui passa ogni mattina è un dramma, sapendo che questo dramma durerà ancora per molto tempo, anni sicuramente, quanti anni boh. Sedici chilometri ad andatura da funerale in carrozza prima che a Sant’Elia Melicucca si riveda la luce: si torna a doppia corsia e a doppia carreggiata. Ma è solo un’illusione, che dura un attimo, giusto un chilometro. Perché subito riprende l’agonia, per i “forzati” sempre più “forzati”. Il panorama da cartolina quando incominciano a scorgersi bellezze assolute come la Chianalea di Scilla e lo Stretto di Messina, così vicine così lontane. Mentre spuntano, beffardi per chi ne ha già abbastanza, alcuni cartelli che sarebbero umoristici se ci fosse qualcosa da ridere: dicono più o meno così, “in caso di vibrazione attenzione, brillamento mine” e “in caso di stop spegnere il motore e restare a bordo”. Perché, si può andare da qualche parte? Solo avanti, con quanta allegria è facile immaginarsi. Allo scoccare dell’ora e mezza e dello svincolo di Villa San Giovanni, l’odissea finisce. Però, c’è un però: il viaggio di ritorno. È appena iniziato, sarà possibile raccontarlo quando sarà finito. Chissà quando…

