La peste italiana, ottavo capitolo.

Marco Pannela, a Roma, al 25 aprile dei Radicali.
UNA LETTURA ALTERNATIVA DEGLI ANNI NERI DELLA REPUBBLICA
“Il sistema dei partiti entra in crisi negli anni ’60, intanto con le lotte per i diritti civili. (…) Negli anni ’70, la solidarietà nazionale è un rigurgito esistenziale del sistema dei partiti che si mette complessivamente contro la società, il pluralismo nella società; e, utilizzando poi anche l’emergenza del terrorismo,…” (Rino Formica, più volte Ministro socialista, a Radio Radicale nell’aprile 2009).
8.1 Elezioni anticipate: i Radicali bruciano i certificati elettorali (1972)
Nel corso degli anni ’70, il processo di erosione della democrazia italiana conosce una fase di forte accelerazione. L’unanimismo consociativo nelle commissioni parlamentari ne è la più evidente riprova. Il 1972 è l’anno delle prime elezioni anticipate, il 1974 è l’anno di introduzione del finanziamento pubblico dei partiti. Il processo di saldatura del “monopartitismo imperfetto” diventa esplicito e formale nella stagione della cosiddetta “unità nazionale” (1976-79) con i monocolori Dc di Giulio Andreotti . Il 1978 è anche l’anno del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro.
All’inizio del ‘72 il nuovo capo dello Stato Giovanni Leone incarica Andreotti di formare il governo. Invece di verificare l’esistenza di una maggioranza parlamentare, egli forma un monocolore Dc che giura subito ed entra in carica. Di fronte al Parlamento, il primo governo Andreotti non ottiene la fiducia. A quel punto – per la prima volta nella storia della Repubblica – vengono sciolte le Camere e si va alle elezioni anticipate.
Il paradosso di un governo che pur non avendo mai ottenuto la fiducia del Parlamento, resta in carica per gestire le elezioni politiche, rappresenta fatto nuovo e grave. Il motivo reale per il quale si giunge alla decisione inedita di anticipare le elezioni, è che per la prima volta i partiti si trovano a fronteggiare una nuova “minaccia”: il referendum sul divorzio. La legge che introduce il referendum è del 1970, nel ’71 una serie di comitati clericali raccoglie le firme per abrogare la legge Fortuna-Baslini. La consultazione popolare è vista come il fumo negli occhi dalle segreterie dei partiti, che la considerano una pericolosa “spaccatura del Paese”, cioè un disturbo rispetto alle loro manovre di palazzo. In particolare il referendum, voluto dal Vaticano e dai clericali, è inviso ai partiti della sinistra tradizionale, che lo temono. I capi socialisti sono ansiosi di tornare al governo con la Dc, i vertici del Pci puntano alla strategia del compromesso storico, che verrà esplicitata l’anno dopo. Piuttosto del “rischio” del referendum, cioè di dare la parola agli italiani, preferiscono forzare la Costituzione, sciogliere il Parlamento, indire elezioni anticipate e rinviare quanto più possibile la consultazione popolare. Così, con un’interpretazione strumentale delle norme, il referendum viene rinviato non di un anno, bensì di due: si terrà infatti nel 1974.
Alle elezioni, i partiti non rappresentati in Parlamento sono esclusi dall’informazione televisiva e condannati all’emarginazione. A fronte di queste e altre illegalità. i Radicali decidono di dare vita a una forma di disobbedienza civile: bruceranno pubblicamente i loro certificati elettorali. In Italia, nel 1972 votare è obbligatorio. Chi si sottrae a questo “dovere” incorre nei rigori della legge. Bruciare i certificati elettorali e istigare all’astensione è un reato, Marco Pannella sarà per questo processato da un Tribunale della Repubblica. Verrà assolto nel 1975, e grazie a questo processo le norme in questione saranno abrogate o modificate.
8.2 L’inganno del cosiddetto “arco costituzionale”
Ai tanti italiani che non si riconoscono nel cosiddetto “arco costituzionale” e che vogliono superarne l’immobilismo, i Radicali offrono nella primavera del ‘74 gli “Otto referendum contro il Regime”. Al progetto aderisce un ampio arco di personalità, che comprende i socialisti Loris Fortuna e Giorgio Fenoaltea, l’ex presidente della Corte costituzionale Giuseppe Branca; Norberto Bobbio, Giorgio Benvenuto, Elena Croce, Bruno de Finetti, Vittorio Foa, Elio Giovannini, decine di altri politici, intellettuali, sindacalisti. Aderiscono anche i maggiori gruppi della sinistra extra-parlamentare e decine di comunità cristiane di base. Parallelamente si svolge la campagna per il referendum sul divorzio. Gli extraparlamentari si ritirano dall’iniziativa di raccolta firme sugli otto referendum, sostenendo che è prioritaria la battaglia per la difesa del divorzio; i Radicali viceversa pensano di difendere il divorzio conquistando nuovi spazi di diritto e di libertà, abrogando le leggi fasciste e autoritarie che trent’anni di “democrazia” non hanno cancellato. Da soli, esclusi dai mezzi di comunicazione, i militanti radicali raccolgono circa 150mila firme autenticate: un risultato ancora insufficiente.
I Radicali si mobilitano sul fronte dell’informazione. Chiedono alla Rai-Tv due trasmissioni di 15 minuti riservate alla Lid e al prete del dissenso don Giovanni Franzoni; un’udienza con il Presidente della Repubblica Leone; alla proprietà de “Il Messaggero” di rispettare la linea laica assunta dal quotidiano nel referendum sul divorzio; al Parlamento di calendarizzare il pdl Fortuna sull’aborto, il diritto di voto ai diciottenni e la riforma del diritto di famiglia.
Marco Pannella e un gruppo di militanti iniziano il 3 maggio un digiuno che si protrae – salvo brevi interruzioni – per circa novanta giorni. Si organizzano a Roma le “Dieci giornate contro la violenza”; si occupa due volte la sede del “Messaggero”, hanno luogo marce e sit-in, comizi, iniziative dirette contro la censura della Rai. Il 20 maggio viene diffuso un appello di solidarietà con i digiunatori, firmato tra gli altri da Norberto Bobbio, Alberto Moravia, Eugenio Montale, Ruggero Orlando, Leonardo Sciascia, Umberto Terracini.
Il 18 luglio la Tv è “costretta” a intervistare Marco Pannella, che ignora ostentatamente le domande del conduttore e parla invece di aborto: per la prima volta gli italiani sentono parlare di questo argomento in televisione. Il giorno dopo Pannella è ricevuto dal Presidente della Repubblica. L’ “estate radicale” si conclude il 20 settembre, con una grande manifestazione contro lo strapotere della Dc nella Rai, che chiede l’allontanamento del presidente Bernabei. Decine di intellettuali e giornalisti dichiarano che non collaboreranno con la Rai fino a quando costui resterà in carica. Pressato dall’iniziativa radicale, qualche giorno prima del 20, Bernabei si dimette.
Sulla stampa scoppia il “caso Pannella”. Il primo a spezzare la cortina del silenzio è Alberto Bevilacqua, con l’articolo “Assurdo ostracismo”, sul mensile “Lo Speciale” diretto da Arturo Tofanelli. Ma la vera rottura è del 16 luglio 1974, quando sulla prima pagina del “Corriere della Sera” appare un lungo articolo di Pier Paolo Pasolini, che invita ad “aprire un dibattito sul caso Pannella”. In rapida successione, intervengono Maurizio Ferrara, Giuseppe Prezzolini, Adolfo Battaglia, Giovanni Spadolini, e ancora Pasolini. Su altri giornali (“Il Mondo”, “Panorama”, “L’Espresso”, “La Stampa”, “Il Resto del Carlino”) intervengono Nicola Matteucci, Guido Calogero, Renato Ghiotto, Giorgio Bocca, Leonardo Sciascia, Alberto Moravia, Stefano Rodotà, Roberto Gervaso, Arrigo Benedetti, Vittorio Gorresio e altri ancora.
8.3 Di nuovo elezioni anticipate, di nuovo contro i referendum (1976)
Così come il primo referendum (sul divorzio, voluto dai clericali) aveva provocato le prime elezioni anticipate del ‘72, altrettanto il secondo referendum (sull’aborto, voluto dai Radicali) provoca le seconde elezioni anticipate nel ‘76.
In occasione della presentazione delle liste elettorali, i Radicali gareggiano con il Pci per arrivare primi nei tribunali, garantendo al simbolo il primo posto in alto a sinistra nelle schede. Nella notte che precede la presentazione, i militanti radicali vengono aggrediti e trascinati via con la forza. In televisione il segretario del Pci Enrico Berlinguer accusa i Radicali di avere inventato tutto per farsi pubblicità. Il ministro dell’interno, Francesco Cossiga, assicura di aver disposto accertamenti e nega anch’egli l’accaduto. I Radicali hanno esaurito i pochi spazi televisivi a disposizione e non sono in grado di replicare. Episodi analoghi si ripeteranno, con intensità diverse, nel ’79 e nell’83, sino a quando non sarà definitivamente accolta la proposta radicale di assegnare il posto ai simboli sulla scheda per sorteggio.
Il 20 giugno 1976 il Partito radicale raggiunge il “quorum” che consente per la prima volta l’elezione alla Camera di quattro deputati (Emma Bonino, Adele Faccio, Mauro Mellini e Marco Pannella) che contrastano la politica di “unità nazionale” dei governi Andreotti, cioè l’ammucchiata consociativa dei partiti del regime.
Nella primavera del ’78 il Parlamento sottrae agli elettori la possibilità di votare i referendum sull’aborto, sui manicomi e sulla Commissione inquirente. Restano così solo due dei nove referendum che centinaia di migliaia di cittadini avevano sottoscritto: quelli sul finanziamento pubblico dei partiti e sulla legge Reale. Vincono i No, ma in entrambi i casi per la partitocrazia è una vittoria di Pirro. Sulla legge Reale i Sì sono oltre il 25 per cento – si vota a meno di un mese dall’assassinio di Aldo Moro, in un clima assai cupo. Il Pci, che pure nel ’75 aveva votato contro la legge, conduce una violenta polemica contro i referendum: se le legge Reale sarà abrogata, dichiarano autorevoli esponenti in televisione, potrebbero uscire di galera Curcio, Concutelli e Vallanzasca, criminali politici e comuni detenuti per gravissimi reati di sangue. La propaganda televisiva a senso unico dà i suoi frutti, anche se un quarto degli italiani decide ugualmente di votare in difesa dello Stato di diritto. La vittoria della partitocrazia è ancora più ridotta sull’altro referendum: i Sì all’abrogazione del finanziamento ai partiti raggiungono il 43%, Un partito che alle elezioni di due anni prima ha raccolto l’1,1% dei voti, è riuscito da solo a fare emergere la spaccatura esistente fra la partitocrazia e la società italiana. La legislatura dell’unità nazionale si concluderà, ancora una volta con le elezioni anticipate l’anno seguente.
Scheda. Giorgiana Masi: dopo tre decenni, nessuna verità
L’ipotesi prospettata per l’ennesima volta nel 2005 dall’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che Giorgiana Masi possa essere stata colpita da “fuoco amico”, cioè da “colpi vaganti sparati da dimostranti” riapre un caso – in realtà mai chiuso – dopo 28 anni.
L’episodio risale al 12 maggio 1977. A Roma, durante una manifestazione musicale organizzata dal Partito radicale in piazza Navona nel terzo anniversario della vittoria nel referendum sul divorzio, una giornata di festa si trasforma in tragedia. Sull’asfalto di ponte Garibaldi resta una ragazza di 19 anni, Giorgiana Masi, uccisa da un colpo di pistola. L’inchiesta viene chiusa il 9 maggio 1981 dal giudice Claudio D’Angelo con la dichiarazione di non luogo a procedere. I responsabili del reato sono rimasti ignoti, malgrado la riapertura del caso sia stata più volte sollecitata.
Le foto dimostrano il fatto, smentito in un primo tempo, che nelle strade hanno operato agenti delle forze dell’ordine in borghese, travestiti da facinorosi. L’allora ministro dell’interno Francesco Cossiga afferma in seguito: “Fu un momento drammatico, in cui tra l’altro chiesi scusa al Parlamento, perché mi era stato detto che non vi erano in piazza agenti di polizia o carabinieri in borghese. Io affermai questo. Avendo appreso il contrario, quando gli amici de “L`Espresso” mi diedero la documentazione fotografica, rimossi dal suo incarico uno che era mio amico e che mi aveva fornito, non per colpa sua, queste informazioni. Poi andai in Parlamento e chiesi scusa”.
Si parla anni dopo anche della possibile responsabilità di personaggi dell’estrema destra o dell’estrema sinistra. Il “pentito” di destra Angelo Izzo dice nel ‘97 che a sparare è stato Andrea Ghira, usando le armi in possesso del gruppo eversivo “Drago”, di cui fa parte. L’anno dopo un quotidiano parla di un rapporto della Digos secondo cui il colpo mortale sarebbe partito da una pistola calibro 22, poi trovata in un covo delle Br. Ma la verità non verrà mai alla luce.
Nel 2001, ancora Cossiga dice: “Non vorrei essere frainteso, ma io dico con estrema onestà che come sia morta Giorgiana Masi non lo so”. Nel 2003, a “Report”, Cossiga fa capire di sapere qualcosa: “Non l`ho mai detto all’autorità giudiziaria e non lo dirò mai, è un dubbio che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono. Se avessi preso per buono ciò che mi avevano detto, sarebbe stata una cosa tragica. Ecco, io credo che questo non lo dirò mai se mi dovessero chiamare davanti all’autorità giudiziaria, perché sarebbe una cosa molto dolorosa”. In quegli stessi giorni, l’ex presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino, parlando dell’argomento, ricorda che “Pannella venne a trovarmi e mi diede una traccia, che io purtroppo non ho potuto seguire fino in fondo. La vicenda rimase un po’ fuori dai nostri accertamenti”. Ma “le affermazioni di Cossiga – ha aggiunto Pellegrino – confermano il quadro che ci ha fatto Pannella. Io credo che già allora si volesse creare in Italia una situazione che poi si determinò nel biennio 92-93”.
Scheda. P2, P38, P-Scalfari (e poi Moro, Sindona, Calvi, D’Urso, Cirillo e altri ancora)
C’è un filo rosso che lega episodi apparentemente slegati, che hanno segnato l’intero arco degli anni Settanta-Ottanta. Vicende che prendono il nome dei loro protagonisti: caso Moro, caso D’Urso, caso Sindona, caso Calvi, caso Cirillo…
Il contesto: siamo negli anni della “unità nazionale” e del “compromesso storico”, cioè quella politica della “ammucchiata” che vede all’opposizione i Radicali e pochi altri. In quell’arco di tempo (1975-1980) si cementa e si costruisce anche visivamente un’alleanza fatta di spartizione e di occupazione di potere che vede uniti Dc e Pci e solo episodicamente il Psi e i partiti laici. Sono gli anni in cui vengono varati provvedimenti in materia di giustizia e di ordine pubblico, che imprimono allo Stato e alle istituzioni svolte autoritarie, accompagnandosi a provvedimenti in campo sociale il cui fine è consolidare le strutture di un regime sempre più corporativo e illiberale.
Oggi appare chiaro quello che allora pochi osavano sostenere: che accanto a una esibita politica muscolare di repressione, si accompagnava una sostanziale connivenza con il terrorismo di apparati dei servizi segreti, di settori più o meno deviati dello Stato e di parte della classe politica. Il nucleo duro di questo “partito” è costituito dal Pci, al quale è utile alimentare un clima di emergenza permanente, per meglio consolidare l’intreccio di potere con la Dc. Il terrorismo e gli attentati di quegli anni non hanno tanto un effetto destabilizzante, quanto piuttosto una funzione “stabilizzatrice”: sono il cemento su cui poggia la “unità nazionale”, che altrimenti non avrebbe trovato giustificazione.
I Radicali denunciano per primi le trame della Loggia P2 di Licio Gelli e di altre simili consorterie, che vengono utilizzate non per impadronirsi dello Stato (alla P2 già aderiscono i vertici di tutte le istituzioni, non hanno bisogno di conquistare il potere: lo detengono) bensì per consolidare la gestione di affari illeciti.
In questa chiave si può leggere lo scontro nel ‘78 sul caso Moro, tra le esigue forze che non lasciano nulla di intentato per salvare il presidente della Dc, attraverso pubbliche iniziative di “dialogo” e la richiesta di un dibattito parlamentare, e il più numeroso schieramento che fin dall’inizio accetta la situazione, e invece di operare per la liberazione di Moro lavora soprattutto per contrastare quanti cercano di salvarlo. Moro “deve” morire, perché se si salvasse minaccerebbe gravemente gli equilibri esistenti. In questo senso è ancor oggi illuminante e preziosa la lettura de “L’Affaire Moro”, scritto da Leonardo Sciascia, e la sua relazione di minoranza alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla vicenda.
Della stessa natura il conflitto sul caso del giudice Giovanni D’Urso, rapito dalle Brigate Rosse nel dicembre del 1980 e liberato nel gennaio successivo. In quei giorni i Radicali riescono, senza condurre alcuna trattativa, a sviluppare una straordinaria iniziativa di “dialogo” con le Br, che si realizza grazie a “Radio Radicale”. Se i Radicali, spalleggiati dal Psi, non avessero strappato il “miracolo” della salvezza di D’Urso, probabilmente il cadavere del magistrato sarebbe stato utilizzato come grimaldello per un’effettiva svolta di regime. A questo scopo erano già pronte le componenti più autoritarie della partitocrazia, assieme a forze esterne al Parlamento, mascherate dietro la proposta di un “governo dei tecnici”, sostenuta dal gruppo editoriale “Repubblica-Espresso” di De Benedetti e Scalfari e dalla stessa Loggia P2, in quei mesi ai vertici del potere e del dominio sugli affari, sui servizi segreti e sul mondo politico. Per questo i Radicali coniano lo slogan “P2, P38, P-Scalfari”.
A queste vicende non è probabilmente estranea neanche la morte del generale dei Carabinieri Enrico Mino, che si schianta misteriosamente con il suo elicottero sull’Aspromonte. “Un delitto”, ha più volte denunciato Pannella senza mai essere smentito, con una lettura dei fatti originale ma non per questo fantasiosa, che il leader radicale ha avuto modo di esporre compiutamente solo in un’occasione: quando la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi, presieduta da Giovanni Pellegrino, ormai avviata a conclusione, decide di ascoltarlo.
Un viluppo di potere e malaffare, intrecci e vicende che emergono chiaramente solo a darsi la pena di leggere, per esempio, le relazioni radicali di minoranza sull’affare Sindona. I Radicali sono i primi a esigere una commissione d’inchiesta, attraverso la quale viene alla luce il bubbone della P2; o sui fondi neri dell’Iri; o sul caso del rapimento dell’assessore napoletano Ciro Cirillo, da parte delle Br di Giovanni Senzani: tutte vicende paradigmatiche. Quella dei fondi neri Iri costituisce uno dei maggiori scandali della storia repubblicana, compiuto dai partiti di regime ai danni dello Stato e della collettività; il caso Cirillo svela un vergognoso intreccio tra camorra, servizi segreti, Brigate Rosse e Democrazia Cristiana. Sullo sfondo, il terremoto che ha devastato l’Irpinia e il colossale latrocinio che si è consumato all’ombra del terremoto. Si può così arrivare fino agli anni ’80 e al maxi-blitz contro la camorra, che porta in carcere, tra gli altri, Enzo Tortora.


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