LE PROVINCE NON SERVONO? NON LE VOTIAMO!
RAGIONI, PENSIERI E NUMERI CHE GIUSTIFICANO LA RICHIESTA DI ABOLIZIONE DELLE AMMINISTRAZIONI PROVINCIALI IN ITALIA E PROPOSTE DI RIDEFINIZIONE DELL’ASSETTO ISTITUZIONALE ITALIANO.
di Michele Bortoluzzi
CAPITOLO 1 – MOTIVI PER PROPORRE IL SUPERAMENTO DELLE AMMINISTRAZIONI PROVINCIALI:
I- RAGIONI D’ECONOMIA DELLA SPESA PUBBLICA:
L’esigenza di razionalizzare la spesa pubblica (specie in una congiuntura economica) e di semplificare il quadro istituzionale del Paese è quanto atavica quanto improcrastinabile. In questo quadro, la soppressione delle province risponde all’esigenza largamente avvertita di ridurre la spesa pubblica proprio nella sua parte percepita come meno “produttiva” ed efficiente dagli stessi cittadini.
L’Italia detiene un debito pubblico spaventoso in rapporto al PIL, il terzo per entità al mondo, un incidente fattore di freno della crescita economica. Il risanamento dei conti pubblici dipende da due fattori: entrate ed uscite. Essendo inimmaginabile un incremento delle entrate in periodo di crisi economica (anzi, essendo auspicabile la riduzione di una delle più alte pressioni fiscali del mondo), occorre operare da subito sul piano delle uscite per una drastica riduzione dei costi della politica. La prima (anche se non la sola) azione utile in tal senso, può essere l’abolizione delle Province!
Dalla fase costituente della Repubblica si discute in merito alla abolizione di tali enti territoriali. Nonostante tutto, se nel 1995 erano solo 95 (si fa per dire!) le province italiane, oggi hanno raggiunto quota 107: 12 nuove province sono state create negli ultimi anni, con relativo aggravio per le casse dello Stato! Tendenza alla frammentazione amministrativo-territoriale che non sembra essersi fermata: nelle ultime legislature sono stati presentati ulteriori progetti di legge finalizzati a istituirne di nuove!
La somma dei bilanci di tutte le province italiane, nel 2006, è ammontata a 15 miliardi di euro (fonte UPI – Unione Province Italiane). Di questi soldi,
- il 73% se ne va in spese correnti (per il mantenimento delle Province stesse: personale, affitti, bollette, spese di rappresentanza, auto blu, ecc.)
- mentre soltanto il 27% in investimenti (servizi forniti ai cittadini: manutenzione strade, scuole, ecc.).
Tradotto, ciò vuol dire che:
- ben 3/4 dei soldi spesi dalle Province servono al mantenimento delle stesse Province
- mentre solo 1/4 vengono utilizzati per i servizi ai cittadini (sul come poi, è tutt’un altro discorso).
Solo i consiglieri provinciali (senza considerare assessori e consulenti) che la cervellotica democrazia rappresentativa italiana si permette sono circa 3.000! Ogni figura politica provinciale ha il suo costo, che varia:
- dai 62.000 euro l’anno di un presidente di giunta
- ai 21.000 di un consigliere provinciale.
In media, ogni politico provinciale ha un costo annuale di euro 27.400!
La soppressione delle province:
- permetterebbe un enorme risparmio per le casse dello Stato
- e costituirebbe per i cittadini un chiaro segnale di volontà di riformare la macchina amministrativa a vantaggio della semplificazione di un sistema inefficiente e dispendioso.
Quella proposta è una misura che non ha controindicazioni:
- anche nell’ipotesi in cui il personale delle Province (pari a 62.778 tra dirigenti e impiegati, secondo la Ragioneria Generale dello Stato) venisse del tutto re-impiegato in altre Amministrazioni o Istituzioni locali, l’abolizione delle Province (secondo dati Eurispes) avrebbe consentito comunque un risparmio complessivo pari a “10,6 miliardi di euro” nel solo 2006 (dal momento che sarebbero venute meno tutte le altre voci di spesa attuali)
- ed anche se le funzioni attualmente svolte dalle province non venissero eliminate ma semplicemente trasferite alle regioni ed ai comuni, si otterrebbe comunque un risparmio non inferiore ai 2 miliardi di €uri , oltre all’importante risultato di non creare autonomi centri di spesa dotati di rappresentatività politica (per intendersi, non si dovrebbero più retribuire migliaia di politici!).
II- SEMPLIFICAZIONE ED UNA MAGGIORE EFFICIENZA DEL SISTEMA ISTITUZIONALE:
Dopo la costituzione delle Regioni ordinarie (nel 1971) e la riforma del Titolo V della Costituzione (nel 2001), le province sono l’ente territoriale:
- con minori competenze (poche funzioni ed “intermediarie” tra Comuni e Regioni)
- e maggiormente “inefficiente” nel rapporto costi sostenuti-servizi offerti.
La strutturazione attuale del “Sistema Italia” in Stato-Regione-Provincia-Comune, insomma, è:
- sia costosa
- che macchinosa (quindi lenta nell’assumere le decisioni).
Con l’introduzione delle città metropolitane (costituzionalizzate nel 2001), poi, si corre il rischio di creare un’interferenza a livello organizzativo, oltre che funzionale, tra le istituende aree metropolitane e le province. Secondo il testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali (TUEL, d.lg. n. 267 del 2000), infatti, “La città metropolitana, comunque denominata, acquisisce le funzioni della provincia (…)”, ex art. 23 co. 5.
La soppressione delle province (e non soltanto di quelle che si sovrapporrebbero alle città metropolitane) eliminerebbe ogni confusione e ogni sovrapposizione di competenze, semplificando l’inestricabile rete delle competenze amministrative territoriali.
Infine, la soppressione delle province, nell’ottica dell’attuazione del tanto acclamato “federalismo fiscale”, servirebbe a sgomberare il campo dal rischio che tale riforma finisca col moltiplicare i centri di spesa. La soppressione delle province garantirebbe la fattibilità di una semplificazione burocratica a fronte di una delega ampia di autonomia agli enti territoriali. La riforma federalista, quindi, non potrà realizzarsi se non accompagnata da un riordino concreto e sostanziale delle autonomie locali.
Attualmente, secondo il TUEL, le funzioni più importanti svolte dalle province riguardano:
- la difesa del suolo e delle risorse idriche
- la viabilità
- la caccia e la pesca
- l’organizzazione dello smaltimento dei rifiuti a livello provinciale
- e l’istruzione secondaria di secondo grado e artistica (in specie, l’edilizia scolastica).
Si tratta di funzioni:
- già svolte a livello interprovinciale o regionale (come nel caso degli ambiti territoriali ottimali idrici e per lo smaltimento dei rifiuti)
- o che possono essere meglio svolte dalle città metropolitane (quando saranno costituite) e dalle regioni (il cui ruolo risulta rafforzato dalla citata riforma del titolo V della Costituzione).
III- MANCANZA DI RUOLO STORICO E RAPPRESENTATIVITA’:
Le province non sono avvertite dal cittadino come un riferimento amministrativo “indispensabile”. La stragrande maggioranza dei cittadini, interrogata sul punto:
- non saprebbe rispondere circa le competenze della provincia
- né saprebbe ragionevolmente spiegare perché tali funzioni non facciano capo alla regione o all’amministrazione comunale.
A livello provinciale l’introduzione dell’elezione diretta non ha determinato il rafforzamento di un rapporto virtuoso tra rappresentanza e responsabilità (invece chiaro e trasparente per il sindaco e per il presidente di regione, trattandosi in questi casi di enti con competenze definite, il cui esercizio ha ricadute dirette sulla rispettiva cittadinanza). La visibilità del Presidente provinciale, infatti, resta:
- alquanto scarsa rispetto al presidente della regione
- e incommensurabilmente più ridotta di quella del sindaco.
La rappresentatività politica degli eletti negli organi provinciali poi, secondo tutti i sondaggi disponibili, è al livello più basso tra quello di tutte le istituzioni!
La frattura tra rappresentanza e responsabilità (e il generale diffuso disinteresse della gente per le province) è eclatantemente percepita dal corpo elettorale, come dimostrano le statistiche relative alla partecipazione al voto nella tornata amministrativa del 27-28 maggio 2007:
- mentre il 73,95 per cento degli aventi diritto al voto ha partecipato alle votazioni per le elezioni comunali,
- solo il 58,08 per cento ha preso parte a quelle provinciali (fonte: Ministero dell’interno).
Dato sconcertante se si consideri il fatto che l’affluenza al voto in molte delle province interessate è stata incrementata dalle contemporanee elezioni comunali.
CAPITOLO 2: OLTRE L’ABOLIZIONE, UN NUOVO POSSIBILE MODELLO DI RACCORDO COMUNI-REGIONI PER SVOLGERE CON MAGGIORE EFFICIENZA LE FUNZIONI SOTTRATTE ALLE ABOLENDE PROVINCE, E FAVORIRE IL RISPETTO DELLE IDENTITA’ E DELLE PROBLEMATICHE GEOGRAFICHE DEI TERRITORI.
La fase successiva alla decostituzionalizzazione delle province (ossia dopo la loro formale abolizione) si prospetta come quella più lunga e complessa del processo riformatore nel suo insieme: il trasferimento delle funzioni attualmente attribuite alle province ai comuni e/o alle regioni. Per questo occorreranno ulteriori leggi ordinarie e relativi decreti attuativi.
E’ necessario un raccordo istituzionale stabile tra comuni e regioni nell’esercizio delle funzioni attribuite ed il cui esercizio necessitera’ di un raccordo più stretto tra amministrazioni (di un insopprimibile “coordinamento” specifico con i territori). Fra le tante soluzioni prospettabili si può immaginare la costituzione in ogni regione (in luogo delle province) di un nuovo organismo che potrebbe definirsi “CONSIGLIO REGIONE-COMUNI” (una evoluzione dell’attuale Consiglio Regione-Enti locali) comunque suddiviso per aree geografiche omogenee corrispondenti alle attuali province, laddove esse rispettino i requisiti, appunto, di omogeneita’.
Per non “moltiplicare” i costi con l’istituzione di nuove cariche, il Consiglio Regione-Comuni su base provinciale potrebbe essere composto:
- Dai rappresentanti dei Comuni per ogni territorio provinciale presente nella regione:
1- il Presidente ed il Vice Presidente delle Conferenza dei Sindaci, oggi costituite sui territori delle ASL;
2- il Sindaco del Comune con maggior numero di abitanti del territorio Provinciale (ex capoluogo)
3- e un altro sindaco del comprensorio provinciale (nominato da un’assemblea provinciale dei sindaci)
- e dall’assessore regionale agli enti locali o suo delegato (che assumerebbe la funzione di Presidente di tale Consiglio).
Così configurato, il Consiglio Regione-Comuni su base provinciale si presenterebbe come:
- un indispensabile e fattivo organo di collegamento completamente scollegato al processo elettivo e politico;
- dalla composizione ridotta (con maggiore capacità decisionale)
- e parimenti rappresentativo di tutte le istanze provenienti dal territorio.
Inoltre, per assicurare un coordinamento tra comuni nell’esercizio di quelle funzioni loro attribuite che assumano in casi specifici rilevanza sovra-comunale (per realizzare, ad esempio, progetti infrastrutturali complessi), si potrebbe incentivare il ricorso agli “Accordi di Programma” (già previsti dal TUEL e che andrebbero rivisti).
Inoltre i comuni che avvertissero l’esigenza di gestire un determinato servizio in una dimensione sovracomunale dovrebbero essere autorizzati a farlo (con il proprio personale e con le proprie strutture) attraverso forme di “Consorzi” tra comuni interessati in grado di abbattere i costi del servizio (si potranno prevedere nuove forme di “Accordi funzionali di diritto pubblico” in cui i contraenti definiscano scopi e durata del coordinamento funzionale, con il distacco del personale tecnico burocratico necessario). Questo consentirebbe ai comuni di gestire in maniera economicamente conveniente gli stessi servizi con personale proprio.
Infine, la soppressione delle province renderà necessario anche un riordino degli organici di comuni e regioni: all’attribuzione di nuove competenze e funzioni deve necessariamente corrispondere l’erogazione di nuove risorse e il conferimento di nuovo personale. A tal fine, la ricollocazione del personale delle province, secondo le proprie professionalità, non porrebbe alcun problema di carenza di organico.
Capitolo 3: Oltre l’abolizione: Accorpamento dei Comuni – Abolizione delle Circoscrizioni – Liquidazione delle Comunita’ Montane.
L’abolizione delle Province e la ridefinizione dei passaggi amministrativi e’ uno degli interventi da attuare, simbolicamente forse il piu’ importante, ma non certo l’unico necessario sia nell’ottica di garantire una maggiore efficienza decisionale del Sistema-Paese, sia nell’ottica del contenimento dei costi del sistema.
Gli sforzi riformatori del legislatore dovrebbero rivolgersi in più direzioni, oltre a quelle gia’ evidenziate nel capitolo relativo alle Province. In questo
1- accorpamento e razionalizzazione dei Comuni.
Occorre puntare sul sistema dei Comuni, ovviamente dopo aver favorito l’accorpamento dei comuni minori almeno fino a raggiungere la soglia minima di 5.000 abitanti come regola, rispetto la quale si potranno derogare particolari, straordinarie situazioni (pensiamo ai Comuni di Montagna o alle Isole). L’accorpamento è pero’ inevitabile, anche se esistono dei formidabili movimenti di conservazione che tentano di impedirne la razionalizzazione, e lo è perché senza questo passaggio essenziale anche il resto della riforma dell’architettura istituzionale proposta, a partire dall’abolizione delle Province, vacilla.
Municipi sotto dotati di mezzi, di personale, “vecchi” nella forma e nei modi, sono un ostacolo sia alla corretta rappresentanza democratica dei cittadini, sia allo sviluppo. Se non sapremo far rinunciare al campanile, spiegando con dignita’ che lo Stato non se lo puo’ permettere, che per avere una “casa comunale” siamo costretti a rinunciare a 3 asili e alla ristrutturazione di due scuole, allora non avremo alcuna possibilita’ di farcela.
I Comuni sotto i 5.000 abitanti sono ben 5.835 (la maggior parte in Piemonte e in Lombardia) su un totale di 8.101. Riteniamo che una razionalizzazione che corrisponda a questi parametri possa portare ad una riduzione del numero totale dei Comuni fino ad un massimo di 6.000, con il conseguente risparmio di 2000 sindaci, circa 30.000 consiglieri comunali, e poi addetti stampa, segretari generali, financo a scavalco, manutenzioni edifici, auto di servizio, sedi delle polizie municipali. La razionalizzazione, senza dubbio come rilevano molti studiosi, avrebbe come beneficio primario e piu’ importante la maggior efficienza e qualita’ dei servizi, oltre a questo comportera’ un importante risparmio nei bilanci e la disponibilita’ di un ingente patrimonio immobiliare, che potrebbe essere usato in parte per le emergenze abitative in periodo di crisi o post crisi del secolo:
Risparmio Previsto a bilancio, tra tagli dei costi e maggior efficienza negli impieghi: 2 mld di euro/anno; Patrimonio che si renderebbe disponibile, valutando al valore di 1mln . i cespiti alienabili di ogni Comune tra i quali sedi, terreni, fabbricati vendibili, macchine, ecc: 2 mld di euro/una tantum;
2- abolizione dei consigli circoscrizionali.
Si tratta, il più delle volte, di assemblee improduttive ma che gravano significativamente sui bilanci comunali.
La proposta è di abolirle del tutto, prevedendo negli Statuti e Regolamenti Comunali forme di partecipazione dei cittadini diverse e non onerose, non piu’ e non necessariamente di tipo “fisico”, ma sempre di piu’ con l’intervento e la partecipazione “virtuali”.
La realta’ italiana di oggi, che si voglia o no, che si giudichi o meno populista ricordarlo, e’ che divenire consigliere di quartiere e’ passato dall’essere un modo studiato nel millennio pecedente per offrire la possibilita’ ai cittadini di dire la loro, a un modo surrettizio di mantenimento della politica e dei suoi attori. Il Presidene di una Municipalita’, che perlopiu’ non ha alcuna funzione utile, spesso solo consultiva ed anche laddove ne abbia di effettive, le ha per una sorta di elemosina dell’ente superiore, percepisce un emolumento tale da essere superiore a quello di molti lavoratori italiani. Il tempo, tra le varie cose, ha reco le circoscrizioni obsoletec con le nuove tecnologie, infatti, ogni cittadino ha infinitamente maggiori possibilita’ di espressione che non con i Consigli di Quartiere.
Risparmio Previsto a bilancio dei Comuni : 200 mln di euro/ anno. Cespiti disponibili valore stimato: non inf a 50 mln di euro/una tantum
3- liquidazione delle comunità montane SOPPRESSE, ABOLIZIONE DELLE RESIDUE.
In questo caso siamo costretti ad utilizzare la parola liquidazione, che non ci piace. Sì, perche’ buona parte delle CM è gia’ stata abolita, sulla carta, non fosse che nonostante la legge in molti casi dai primi anni del nuovo millennio ad oggi non si e’ ancora riusciti a chiudere definitivamente il rubinetto del flusso di denaro, perché Presidente e Partiti si sono inventati procedure di liquidazione al limite della legalita’.
Tali enti sono 356 e costano allo Stato 190 milioni di euro all’anno.
Sono nate negli anni ’70 per portare sviluppo e servizi nei paesi di montagna; in realtà i comuni montani hanno continuato a veder decrescere la loro popolazione.
Si chiamano “Comunità montane”; in realtà ne esistono molte anche al livello del mare, come ad Orbetello o in Riviera di Gallura (in Costa Smeralda!).
I risparmi, a questo punto della vicenda, non possono essere che il 100% dei Bilanci detratti i costi dei servizi diretti ai cittadini pari a circa 80 mln.
Michele Bortoluzzi, con i contributi di Gaspare Serra e del sito www.aboliamoleprovince.it/blog



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