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La ndrangheta fa schifo perché è una montagna di merda.

Foto: ragnagne

Foto: ragnagne

Peppino Impastato abitava a Cinisi, in Sicilia. Ucciso nella notte fra l’8 e il 9 maggio 1978. Abitava a poche decine di metri dal capomafia Gaetano Badalamenti. Le due abitazioni erano divise da “cento passi” e Peppino Impastato è stato ucciso per il suo attivismo antimafioso e perché quando parlava di mafia, teneva la testa alzata e alzava anche la voce per urlare e far sapere a tutti che “la mafia è una montagna di merda”. La storia di Peppino Impastato mi è tornata in mente dopo aver visto pubblicato sul sito www.sanlucidocerasuolo.com l’appello fatto girare su internet per evitare la chiusura della rete antimafie calabrese. Mi sono ricordato la storia di Peppino Impastato perché come titolo dell’appello, su questo sito, capeggiava la frase: La mafia fa schifo! Per un istante rimasi sorpreso, non per la frase, ma per l’efficacia della descrizione: concisa, senza il bisogno di aggiungere altro. Il collegamento è semplice: una montagna di merda che fa schifo. La rete antimafie calabrese comprende i siti www.lavocedifiore.org e www.ndrangheta.it è un progetto che punta a educare contro la mafia attraverso incontri e iniziative rivolte principalmente ai giovani; come si usa dire, dal basso. Perché la ndrangheta calabrese non può essere battuta soltanto con le indagini, anzi, forte di un introito stimato in 44 miliardi di euro l’anno, solo questo dato lascia intravedere quanto sia forte la capacità di penetrazione e condizionamento, da parte delle cosche, della struttura sociale, politica ed economica di questa regione, con ramificazioni ormai fortissime che non risparmiano alcun continente.

Gli animatori dei siti della rete antimafie calabrese hanno lanciato un appello per far vivere quest’organizzazione e misurato in 10.000 euro la somma minima per evitare la chiusura e poter portare avanti il progetto ripianando il disavanzo. Tutto in rete: contributi, spese, progetti. Massima trasparenza e intenzioni limpide. A oggi i contribuenti sono 196 per una raccolta di euro 8.075 (versamento medio euro 41,20). E’ curioso che su face book sia nato un gruppo dal titolo: sosteniamo La voce di fiore al quale si sono iscritte oltre mille persone, ma di queste solo una parte minoritaria ha avvertito anche l’esigenza di dimostrare la propria vicinanza e la condivisione versando anche solo cinque euro (quelli cioè richiesti proprio nell’appello che apriva il gruppo).
Diffidenza? Allora perché iscriversi al gruppo?
Rassegnazione? Forse. Su questo punto si può capire che molti sono disponibili a dimostrare di essere d’accordo, ma non disponibili a un impegno che comprenda un’azione concreta, fosse soltanto il versamento di pochi spiccioli!
Perché iscriversi a un gruppo che chiede esplicitamente di finanziare con un contributo (modestissimo per altro) un progetto e meno di uno su cinque raccoglie l’invito? O meglio: s’iscrive, condivide, magari commenta positivamente, ma si ferma qui, non va oltre. Questo è un dato che fa riflettere su quanto la cultura antimafia, la cultura anti ndrangheta, abbia ancora da svilupparsi e quanto la rassegnazione fa considerare la criminalità organizzata come un dazio da pagare alla circostanza di vivere da queste parti. E’ un’amara conclusione cui si giunge pensando di battere la ndrangheta, oggi, con gli strumenti a disposizione. E’ follia. Le condizioni in cui versa la giustizia nel suo complesso, per fare un esempio, non permettono minimamente di pensare che l’azione della magistratura possa incidere in maniera decisiva nell’azione di contrasto alle attività criminali, è sufficiente scorrere la relazione sulla ndrangheta della commissione antimafia del febbraio 2008 per capirlo. E allora non può sorprendere che molti condividano quanto sia utile e importante la presenza di chi ha la volontà di alzare la voce per gridare: la ndrangheta fa schifo perché è una montagna di merda, ma allo stesso tempo, fra queste, troppo pochi chi è disposto a investire con azioni concrete.

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