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Prezzo del greggio e biocarburanti.

Campo di colza - Foto: JaHoVil

Campo di colza - Foto: JaHoVil

Il prezzo del greggio ha superato oramai i cento dollari a barile, il diesel raggiunge i 1,32 euro a litro e la benzina sfiora i 1,370. I motivi sicuramente ci sono, come l’instabilità economica, dovute alle vicissitudini in Iraq, in Pakistan, nel Medio Oriente, in Africa, la scarsità comprovata del petrolio, o il lucro e lo strapotere dei Petrolieri, i dazi, le imposte e le tasse, l’aumento di consumo per energia e auto-trazione. A questo punto il cittadino comune sarebbe propenso a pensare che allora sarebbe meglio rivolgersi a tipi di energie e di carburanti più economici e ci sarebbero! I biocarburanti derivanti da colza, girasole, mais ed oleaginose in genere, oltre che da masse di rifiuti organici. Nella realtà italiana, contrariamente ad ogni logica, nel 2007 rispetto al 2006, il biodiesel finora messo in commercio è diminuito del 70%, perché sono bloccate ben 43 mila tonnellate prodotte da accordi di filiera (le fonti di questi dati sono presi da un articolo di Francesco Nariello, comparso sia su Agrisole che Af Agronomi Forestali). La stessa rincorsa alle benzine pulite sembra essere bloccata. L’Italia ha perso posizioni rispetto all’anno precedente, nonostante dal 2007 vi sia l’obbligo di miscelare l’1% di biodiesel, bioetanolo in diesel e benzine. Tra i motivi probabilmente vi è il poco impegno delle industrie petrolifere, nonostante la defiscalizzatone del 80% sull’accisa prevista per il gasolio inerente 250 mila tonnellate all’anno di biodiesel all’anno, dal 2007 al 2010. Intanto i biocarburanti italiani rimangono stoccati nei magazzini delle ditte produttrici con gravi danni economici. Oltre a ciò vi sono troppi ostacoli burocratici dovuti all’ultima Finanziaria. Infatti l’Agenzia delle Dogane, seguendo le indicazioni delle Finanziaria 2007, ha emanato per il controllo della destinazione d’uso del biodiesel procedure capillari, sia nella fase di miscelazione che di distribuzione, ponendo così dei vincoli soffocanti per le attività delle raffinerie italiane. Di fatto servirebbero viceversa degli snellimenti burocratici e concentrare i controlli nella fase di miscelazione, come richiesto da Assocostieri al Ministro Bersani. Probabilmente ciò invoglierebbe le imprese petrolifere di acquistare biocarburante. Occorrerebbe che gli automezzi andassero solo con biocarburanti (defiscalizzati sulle accise rispetto ai carburanti fossili), che lo Stato finanziasse automezzi ibridi (biodiesel-elettrico, gas-elettrico, bioetanolo-elettrico, ecc.). Intanto le grosse automobili, veloci, potenti, con tanti cavalli, che ti guardano dall’alto in città come se tu fossi un microbo, che consumano e che inquinano (quelle dei ricchi, di quelli che si sentono del Nord) dovrebbero essere penalizzate ancora più delle vecchie auto, quelle dei “poveri cristi”. Questa sarebbe la scelta migliore.
A pagare il conto di questo ennesimo sistema malato sono comunque e soprattutto le aziende che continuano ad investire nel mercato dei bio-carburanti, che hanno i prodotti stoccati nei magazzini, migliaia di tonnellate e che chiedono solo uno sblocco dei bandi di filiera o che continui la de fiscalizzazione anche per il 2008.
A peggiorare le cose è la diminuzione del premio comunitario sul raccolto destinato ai bio-carburanti da 45 al 30 euro per ettaro. Ciò è dovuto al fatto che, secondo le stime della Unione Europea, nel 2007 la superficie agricola destinata a colture energetiche ha superato di molto la soglia dei 2 milioni, un limite entro il quale la UE sovvenziona appunto 45 euro per ettaro agli Stati membri, al di sopra del quale al taglio dei sussidi di un terzo, riducendolo a 30 euro. Si tratta alla fine di una nuova distribuzione delle risorse, considerando l’entrata di nuovi Stanti membri all’interno della stessa UE.
Lo Stato leader nella produzione di oleaginose per biocarburanti è indubbiamente la Francia (385 mila ettari), seguono Germania, Regno Unito, Spagna (223 mila), non scherzano la Polonia e la Repubblica Ceca (60 mila), mentre l’Italia è la solita Cenerentola (solo 4.900 ettari) come negli investimenti sulla Ricerca, come sugli investimenti nelle energie alternative, come per i prezzi toppo alti dei carburanti, come nella raccolta e nel riciclo dei rifiuti urbani (umidi, carta, vetro, legno, alluminio, ecc.).

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