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HO IL CANCRO e non ho l’abito adatto.

La copertina del libro di Cristina Piga

La copertina del libro di Cristina Piga

Avevo letto il titolo fra le novità in libreria: non mi aveva convinto; e distrattamente non mi ero soffermato neanche sul risvolto di copertina! Poi ho avuto modo di seguire sulla televisione della Svizzera Italiana un’intervista all’autrice. Ho capito il titolo: quanto mai azzeccato e il volume molto snello, ma estremamente intenso, è assolutamente convincente.

Il risvolto di copertina

Lei è una donna di quarantacinque anni, portati niente male. Vita normale, marito, due figli, un lavoro nella pubblica amministrazione. Lui è un “bastardo” carcinoma infiltrante. Al colon.
Lei lo scopre un giorno d’estate che sembra uguale a tanti altri e che invece è l’inizio di un viaggio che nessuno vorrebbe mai fare ma se ti capita allora è meglio affrontarlo come la protagonista di questa storia: con ironia, con uno sguardo dissacrante, con una incrollabile voglia di vivere.
Questo è il diario di un’estate insolita e di una malattia raccontata con una capacità decisamente fuori dal comune di coglierne gli aspetti tragici e comici: le crude descrizioni delle terapie e le parole inadatte degli altri, gli imbarazzi dei colleghi e il legame con i medici, le amicizie perse e quelle trovate, la banalità del quotidiano – come i vestiti che non ti vanno più – e le paure.
Dolce e amara, commovente e divertente è la storia vera di una donna che ha sconfitto il cancro senza rinunciare a essere sempre, in ogni momento, se stessa.

L’incipit della prefazione del Prof. Paolo Marchetti

Perché raccontare attraverso un libro la propria esperienza di lotta contro il cancro?
In un periodo in cui l’attenzione del grande pubblico è attratta sempre più verso stereotipi di perfezione estetica, in cui le rubriche di chirurgia plastica, superati i limiti della carta stampata, hanno raggiunto le grandi reti televisive nazionali con assillante frequenza, in cui le malattie gravi sono bandite, o rimosse dall’immaginario collettivo perché rappresentano una privazione sostanziale del proprio diritto ad essere “belli” e, quindi, accettati, amati e invidiati dagli altri, a chi può interessare questa piccola storia di paura, lotta, coraggio e un pizzico di lucida follia?

PREMESSA

È il 13 luglio. Ancora dieci giorni e poi finalmente in vacanza! Quest’anno alla grande: una settimana in Costa Azzurra ospiti di amici in una villa con parco e piscina; poi Sardegna. Una voglia fisica di mare, esplosa nel primo weekend di luglio. Mi rimetterò in forma, in fondo basta un po’ di nuoto per risollevare le braccia, i glutei sono un’altra storia ma, tutto sommato, quarantacinque anni portati niente male. Mai una sigaretta, mai un goccio di alcool.

LA SCOPERTA

13 luglio, mattina. Un irritante e imbarazzante fastidio mi porta a fare un controllo.
“Sembra un tumore, va tolto subito” la diagnosi immediata senza tentennamenti di una dottoressa giovane e bella.
“Va bene ma non da D., sa amici di famiglia, genitori che si conoscono dai tempi della scuola, mi vergogno un po’ (un po’? da morire!), fosse da un’altra parte!”
“Capisco, ma lui è il migliore.”
Stringo i denti, ragiono, mi faccio forza e telefono a D. ma, per favore, che nessuno lo dica a Paolo. Paolo è il fratello, anche lui chirurgo, ed è il mio preferito… da sempre. Non voglio che lo sappia e, soprattutto, che mi veda così!
13 luglio, pomeriggio. Appuntamento con D. per visita, ecografia e foto. Si presenta anche Paolo, la mia faccia sbiadisce. Inutile quanto patetico qualunque tentativo di tenerlo fuori della porta! Mentre D. mi visita chiede al fratello: “Vuoi sentire anche tu?”
“No, questo è troppo!” quasi urlo, la testa tra le mani. Vinco io. Almeno credo.
“Sì, va tolto. Subito.”

LA TERAPIA

Non te ne accorgi quasi la prima settimana, a metà della seconda qualcosa comincia a cambiare ma per ogni disturbo c’è un rimedio, almeno per la chemio e poi hanno inventato il cortisone. Gli effetti della radio arrivano e arrivano tutti. La farmacia personale cresce ma crescono anche i problemi.
Alla fine della seconda settimana torniamo a Roma, mia figlia è rientrata dall’Australia e in un batti baleno prende in mano l’organizzazione: distribuisce le competenze, detta i compiti (guai a disobbedirle!) e inonda la casa di efficienza, della sua voce allegra e forte, della sua implacabile determinazione.
Passa la terza settimana, la quarta è l’inferno. Crollo il giovedì della quarta e scopro che c’era un giro di scommesse su quando avrei ceduto. Di solito accade la terza settimana.
“Piangi, devi piangere, devi consentire a chi ti vuole bene di poterti aiutare” mi dice S. “Mia madre ha avuto un cancro ed è stata così forte che non ha permesso nemmeno a me, oncologa, di aiutarla. Ne soffro ancora.”
Arriva il professore: “Sospendiamo”. Una settimana di tregua. Sono completamente ustionata, ho infezioni ovunque, la ginecologa è la mia migliore amica, il dolore alle gambe è violentissimo, respiro a fatica, sono gonfia come un pallone, tre chili in una notte, in bagno svengo.

Cristina Piga – HO IL CANCRO e non ho l’abito adatto – Mursia – 2007

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