Una vita per la libertà.

Ernesto Rossi - Foto di dominio pubblico
In occasione del quarantesimo anniversario dalla sua morte, si è svolto a Pallanza (Verbania), dal 24 al 28 ottobre 2007, un interessante convegno su Ernesto Rossi. Nell’ambito del convegno si è tenuta, nella giornata finale, una tavola rotonda su “l’insegnamento di Ernesto Rossi: Europa unita, etica pubblica, laicità e lotta alla miseria”. Alla tavola rotonda hanno preso parte Enzo Marzo, Presidente della Fondazione Critica Liberale, il Prof. Gaetano Pecora, curatore della ristampa de “l’elogio della galera”, Angiolo Bandinelli del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito, Anna Maria Cordano, deputato di Rifondazione Comunista, Mercedes Bresso, Presidente della Regione Piemonte, Tullio Monti, coordinatore della Consulta Torinese per la laicità delle Istituzioni ed Emanuele Macaluso, giornalista, direttore della rivista “Le nuovi ragioni del Socialismo”.
Visto il nome della testata che portiamo, esplicitamente mutuata dall’opera omonima di Rossi, ci è sembrato importante riportarne alcune riflessioni e segnalare che i file audio e video dell’intero convegno e della tavola rotonda sono riascoltabili e rivedibili sul sito di Radio Radicale.
“Si definiscono liberali in gran parte quelli che non lo sono.”
“Accomunati dal vincolo fraterno delle amare esperienze, non rassegnati, non perplessi, si accingono a costituire una nuova larga formazione politica che s’ispiri ad una concezione moderna e civile del liberalismo, a quella concezione che Benedetto Croce ebbe a definire ad una parola: radicale [...] In questo campo, i padroni del vapore non troveranno certo mercenari e staffieri pronti a vender le idee per un assegno mensile.”
“Non solo ci possiamo sempre consolare guardando a quello che lo spirito umano ha creato nel campo della scienza e delle arti. Ma si è sicuri, quando non si viva solo una vita gretta priva di ogni luce ideale, si è sicuri d’incontrare sulla nostra medesima strada, alla ricerca del giusto e del vero, altri uomini di carne come noi, mossi dalla nostra stessa ansia, in cui ci è possibile riconoscere dei fratelli, in senso molto diverso e molto più profondo di quanto ci sia possibile con le altre creature. Ed anche se, dopo l’incontro, ci si divide e non ci si ritrova mai più, il ricordo di quando ci siamo guardati negli occhi e di quando ci siamo stretti la mano con fiducia completa, ci darà forza e coraggio per quanto saremo troppo disgustati e stanchi per la malvagità e la bestialità trionfante.”
Con queste parole, tratte da una lettera di Rossi alla madre, con le quali rispondeva a questa che affermava che più conosceva gli uomini e più amava le altre creature, si conclude l’intervento del Prof. Gaetano Pecora che ha tracciato un ricordo di Ernesto Rossi liberale, ma attento alle questioni sociali; giungendo alla definizione di Ernesto Rossi quella di “pazzo malinconico” che dava titolo al suo intervento.
Fu Gaetano Salvemini – ha ricordato Pecora – a battezzare se stesso e i suoi amici “pazzi malinconici”.
Ernesto Rossi (Caserta, 25 agosto 1897 – Roma, 9 febbraio 1967) è stato un politico, giornalista e antifascista italiano che ha operato nell’ambito del Partito d’Azione e del successivo Partito Radicale. Con Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni è, in Italia, il massimo promotore dell’Europeismo. Il Manifesto di Ventotene, di cui condivise la stesura con Spinelli e che fu pubblicato e curato da Colorni, è il suo libro più importante e il suo testamento morale. A questo se ne aggiungono altri come “Abolire la Miseria” e “Capitalismo Inquinato” che oggi, a quaranta anni dalla sua scomparsa risultano attualissimi e dovrebbero essere riletti con attenzione.
Nel suo intervento il Prof. Pecora ha ricordato come “L’elogio della Galera”, splendida opera di Rossi, contenga scolpiti alcuni principi politici ed economici che considerava fondamentali. Tra questi svetta il principio del pessimismo e della sfiducia nel genere umano da cui scaturisce, per Rossi, la necessità del controllo dei governanti tramite vincoli e accorgimenti giuridici.
Siamo democratici. Per Rossi la Democrazia è la forma del controllo dei governanti. Perché non ci si può fidare del miglior leader che detenga per sempre il potere.
Gli strumenti per eseguire il controllo delle istituzioni democratiche sono, per Ernesto Rossi, la libertà di stampa, il sistema parlamentare con il ruolo che in questo giocano le opposizioni e, l’indipendenza della magistratura. In questi tre cardini e in quello che oggi ne rimane si vede – in realtà – la cocente attualità di Rossi. Il Prof. Gaetano Pecora ha sottolineato che, l’idea che la democrazia sia il regime di controllo della classe governante attraverso gli strumenti della libera stampa, del confronto parlamentare e di una Magistratura indipendente dal potere politico, è un’idea di democrazia mutuata successivamente anche dal pensiero di Popper.
Il controllo del Governo a sua volta presuppone, secondo Rossi, la possibilità per ognuno di noi di non vivere sotto il ricatto (del posto di lavoro aggiungeremo oggi). Nella possibilità, cioè, di potersi procacciare i mezzi necessari alla sussistenza senza chiederli alle autorità governative.
Il controllo, in sostanza, rimanda all’indipendenza materiale. E per l’indipendenza materiale è necessario un libero mercato. Perché è il libero mercato che distribuisce il potere economico ed impedisce i monopoli. “Se la libertà di stampa è uno strumento di controllo c’è da chiedersi come possa esserci libertà di stampa in un Paese in cui non c’è libertà di mercato. In un Paese dove tutto è di proprietà statale, anche le cartiere appartengono allo Stato. Se, in questo Paese, volessimo fondare un nuovo giornale (un po’ come abbiamo fatto noi con il nostro mensile -ndr.) è evidente che dovremo chiedere la carta alle autorità governative. Le quali la carta la forniranno pure. A patto che su quella carta non vengano scritte notizie che possano urtare la suscettibilità dei governanti. Pena, in caso contrario, la revoca della fornitura della carta.
Quindi, o ci si limita ad essere stampa di regime (una delle voci del padrone) o sarà meglio deporre per sempre la speranza di poter esprimere agli altri un pensiero franco, indipendente e libero davvero.”
Ecco perché Rossi avvertiva, già dai tempi della prigionia a Pallanza, che gli ordinamenti democratici possano funzionare soltanto nei paesi che mantengono libera l’economia del mercato.
Il libero mercato è, per Ernesto Rossi, una condizione necessaria, ma non sufficiente per il mantenimento delle libertà politiche e civili.
E infatti, dalla difesa del mercato e dalla critica dei regimi “collettivistici”, Ernesto Rossi non derivava l’apologia delle teorie liberiste.
Questo perché, ha voluto chiarire il prof. Gaetano Pecora, se per liberismo si intende, come avviene oggi impropriamente, un’idea di “Stato minimo”, di uno Stato che si astenga da ogni intervento nella sfera economica e di uno Stato che limita le sue funzioni al solo mantenimento dello Stato giuridico, per Ernesto Rossi, questo stato “iperliberista” era gravido di sciagure quasi gravi come quelle cagionate dai regimi collettivistici. Rossi indicava tra queste sciagure derivanti da uno stato iper liberista:
-La miseria di larghi strati della popolazione in stridente contrasto con l’opulenza di pochi privilegiati;
-La collaborazione che il mercato da anche per il raggiungimento di fini antisociali a chiunque sia disposto a pagare;
-L’industria asservita alla finanza;
-Il prepotere della partitocrazia.
Queste ed altre ancora le conseguenze di un meccanismo, quello del libero mercato, che se fosse stato lasciato in balia di se stesso, secondo Rossi, avrebbe prodotto lo smembramento del tessuto sociale. E in realtà, a guardare l’oggi queste deviazioni del libero mercato previste dal pensiero di Rossi sono sotto gli occhi di tutti noi.
Rossi, ha ricordato il Prof. Pecora, non mancò occasione per affermare che solo grazie al libero mercato gli uomini avevano potuto fruire di ricchezze “quali neppure la fantasia di novellieri orientali avevano potuto immaginare”. Però, con uguale insistenza e determinazione, Ernesto Rossi non smise mai di paventare la furia devastatrice dell’interesse personale se abbandonato a se stesso. Da qui l’esigenza, vivissima, che l’interesse privato personale fosse contenuto e guidato da solide barriere giuridiche. Barriere che, successivamente, le innovazioni tecnologiche e le esigenze dei consumatori, avrebbero potuto innalzare o abbassare a piacimento. La libertà economica andava pianificata attraverso una “cornice di regole”.
Una pianificazione, però, non tentacolare e diametralmente opposta a quella in essere nei regimi collettivistici.
Abolire la miseria
Nel corso della sua attività di polemista ed intellettuale, Ernesto Rossi partecipa a numerose testate giornalistiche – L’Italia Libera, Corriere della sera, La Stampa, Il Giorno – ma, il suo nome resterà indissolubilmente legato a Il Mondo, diretto e fondato dall’intellettuale lucchese Mario Pannunzio.
Gli “Amici del Mondo” e il Partito Radicale – fondato dalla sinistra liberare nel 1955 – condividono, ad un primo sguardo, un orizzonte comune di problematiche, percorsi e obiettivi politico-sociali. Le istanze di maggior vicinanza sono ravvisabili, in primo luogo, nella necessità di abrogare talune leggi fasciste ancora presenti all’interno della nostra Costituzione, in seguito la realizzazione della Federazione europea, l’approvazione di leggi antitrust, la difesa di una cultura e di un pensiero laico soprattutto all’interno della scuola statale, “l’abolizione della miseria”, l’urgenza di normare gli ambiti relativi al divorzio e al riconoscimento dei figli illegittimi…
Il significato più profondo del libro Abolire la miseria si chiarisce meglio ripercorrendone la storia. Pubblicato nel 1946 a Milano, il testo era stato scritto quattro anni prima, nel 1942, in uno dei luoghi sacri della nuova Europa: l’isoletta di Ventotene. Lì, Ernesto Rossi, era stato confinato dal regime fascista in ottima compagnia: Eugenio Colorni, Altiero Spinelli, Sandro Pertini.
La tesi centrale del libro resta solidamente attuale: la miseria non è il risultato necessario del sistema capitalistico, ma proprio per questo occorre tenere i capitalisti lontani dalla tentazione di credere che la povertà di alcuni strati della popolazione sia la condizione dello sviluppo economico generale, oltre che delle loro private fortune. Bisogna dunque avere il coraggio di predisporre un programma per abolire la miseria.
Per far ciò Rossi preferiva ad un sistema di sostegni economici, un sistema basato invece su beni e servizi “in natura” che avrebbe dovuto coprire tutti i bisogni fondamentali: nutrimento, alloggio, vestiario, sanità, istruzione.
La produzione di questi beni essenziali dovrebbe essere garantita da uno speciale “servizio del lavoro” di due anni , obbligatorio per tutti i cittadini. Sul piano teorico bisogna almeno citare l’americano Bellamy che aveva avanzato, decenni prima, idee simili in un libro diventato molto popolare negli Stati Uniti.
E’ importante sottolineare la grande modernità dell’enfasi posta sul significato economico dell’istruzione. Rossi identifica nel sistema formativo la cellula riproduttiva delle disuguaglianze fondamentali della società, anticipando i movimenti studenteschi che scuoteranno il mondo negli anni 60. Secondo Rossi il lavoratore intellettuale spunta condizioni privilegiate perché fruisce di una posizione di monopolio nella distribuzione del sapere, garantita dalla struttura scolastica allora esistente. Occorre perciò abolire da una parte il ricatto della miseria e dall’altra il monopolio dei ceti dominanti nel settore educativo.


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