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Nuove BR pronte a colpire: difficile – in questo paese – il mestiere dei giuslavoristi.

Foto: audrix

Foto: audrix

Nel numero precedente di Abolire la miseria l’editoriale evidenziava come, a distanza di anni, l’esempio Gandiano della lotta non violenta sia ancora esempio da seguire. I 15 arresti dellle nuove BR della Procura di Milano ci convincono che avevamo ragione. “Non è né tattica né strategia. E’ il fine coerente con il mezzo” era l’occhiello di quell’editoriale. Stando alle dichiarazioni dei magistrati rilasciate alla stampa nazionale sembra che questi signori si consideravano in “guerra con lo stato”. Ma quello che ci colpisce non è tanto l’assurdità di queste tragiche scelte dei “compagni assassini” come li definisce Marco Pannella ma piuttosto l’articolo, a firma di Pietro Ichino sul Corsera, che elencava – brutalmente – gli uomini che, negli anni sono stati fatti fuori dalle BR: Carlo Castellano, dirigente industriale colpevole di accordi innovativi sull’organizzazione del lavoro ferito gravemente (1977), Filippo Peschiera giuslavorista ferito gravemente (1978), Guido Rossa sindacalista cgil ucciso nel 1979, Gino Giugni, giuslavorista ferito gravemente nel 1983. E l’elnco prosegue: Ezio Tarantelli ideatore della riforma sulla scala mobile ucciso nel 1985, Massimo D’Antona, giuslavorista, consigliere dei misistri del lavoro e dei trasporti ucciso nel 1999; Marco Biagi, giuslavorista autore della riforma che porta il suo nome e ucciso nel 2002. Siamo un paese in cui le riforme del lavoro, chi le fà rischia di essere ucciso. Per quanto riguarda la Legge Biagi credo, non ci voglia tanto a capire che – per una impresa che debba fare un sito web o avvalersi di dipendenti per brevi periodi, il lavoro a progetto è un’opportunità in più e che a questo dovremmo aggiungere solo gli ammortizzatori sociali per garantire una continuità contributiva e salariale sul modello britannico o svedese e che già il libro bianco di Marco Biagi prevedeva. Un reddito d’inserimento, di cittadinanza. Certo che per lottare – giustamente – per queste cose, arrivare ad uccidere significa essere automaticamente al di fuori di ogni ragione. Siamo in un paese in cui un disoccupato che lavora più di un certo numero di giornate all’anno non trova convenienza nel perdere il sussidio di disoccupazione e preferisce chiedere al proprio datore di lavoro di interropere il versamento dei contributi per continuare ad avere il sussidio che così si trasforma in incentivo alla disoccupazione. Certo che qualunque ragione si abbia o si creda di avere la violenza, le stragi portano solo lutto e dolore. La storia ci insegna. Ma di Gandhi si ha ancora tanto bisogno di sentir parlare.

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